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Il corvo

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Dita scheletriche di alberi neri sopravvissuti all'inverno bucano la nebbia densa che giace pesante, bassa e pigra sul terreno gelato. I rami bagnati scintillano come carbonio nella luce innaturale di un neon, perdendo di quando in quando gocce di cristallo che si staccano e cadono.

Il corvo dello stesso colore del suo ramo è aggrappato immobile: entrambi scintillano sullo sfondo del cielo terso solcato dalla curva bassa del sole bianco e senza calore.
Il corvo segue con sguardo le gocce che cadono nel mare infinito sotto di lui. Sta aspettando che la nebbia si diradi per planare sull'erba gialla e cercare nel fango morbidi vermi e piccoli insetti croccanti. Il profumo di acqua, muschio e funghi è una promessa.
Aspetta.
Un ghigno sempre identico scolpito sulla faccia dal freddo, la pelle arrossata, i capelli umidi, un fucile nuovo e minaccioso a tracolla. Ma soprattutto la bisaccia vuota.
"Non c'è più selvaggina, anche oggi non ho sparato un colpo"
Decide di tornare a casa. La rabbia che scende dalla testa allo stomaco e poi le mani che prendono nervosamente l'arma pulita e oliata ma ancora inutilizzata. Non prende nemmeno la mira. Spara, con rabbia. Un colpo secco come un ramo che si spezza, una macchia nera che precipita e scopare nel vapore. Il cane scatta e il fiuto non lo tradisce. Pochi secondi dopo è di ritorno con la vittima tra i denti e lo sguardo fiero di chi ha compiuto ancora una volta il proprio dovere.
Il cacciatore scuote la testa e sorride. Allunga un biscotto al cane e lascia il corvo ancora caldo nel fango.
"Ho un buon fucile" pensa, "e ho un buon cane"
Prende la mira questa volta, con attenzione. Spara. Il ramo si spezza. Il cane resta vicino al padrone, capisce che questa volta non c'è nulla da fare.
"Ho anche una buona mira"
E se ne va'.

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