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Strano Destino

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“Destino cinico e baro”
[Giuseppe Saragat]

Mi sveglio presto e fuori dalla finestra vedo una uggiosa Domenica mattina. Esco. La città è deserta. Mi incammino per i campi che circondano Maidstone; con me, come sempre, c'è Cloud, il mio cane, che corre in giro annusando nervosamente l'odore di qualche animale selvatico che si è avvicinato alla città durante la notte. Procediamo fendendo il vapore che sale lentamente confondendosi con il cielo lattiginoso. L'erba è bagnata e gli scarponi affondano leggermente nel terreno zuppo delle piogge recenti. Passeggio a passi rapidi, inspirando l'aria fresca e umida e assaporando i profumi dei campi e dei boschi.
Senza accorgermene cammino così a lungo da arrivare a vedere i tetti delle prime case di Teston. Rendendomi conto di essermi allontanato parecchio decido di rientrare, piego a destra e mi avvicino alla Tonbridge road; mi accingo ad attraversarla all'altezza di una macchia di alberi. per ritornare verso casa tagliando per i prati che si stendono sul lato opposto. La mia attenzione viene catturata da un oggetto di cuoio nero, seminascosto in mezzo alla sterpaglia che cresce disordinatamente sul ciglio della strada. Lo raccolgo e comprendo che è una custodia di un quaderno. Lo apro e scorro le pagine scritte fittamente, senza lasciare margini o spazi bianchi. Allontanando il quaderno dagli occhi, le pagine sembrano dipinti di Adolf Wölfli, un vero tributo all'horror vacui. Non c'è un nome che possa ricondurre al proprietario. Mi incuriosisce una pagina strappata a metà, verso la fine di quello che sembra essere un diario o una serie di racconti, ed inizio a leggere:

«... ecco perché probabilmente il destino si è dimenticato di me, non c'è altra spiegazione. Il destino è una direzione, una freccia con un verso, ti porta dove ha stabilito: pare invece che la direzione della mia vita sia sempre diversa, senza obiettivi precisi, navigo guidato da una bussola impazzita.
Ed io sono cambiato, la vita mi ha sgretolato giorno dopo giorno senza che me ne rendessi conto. Pensavo di essere un monolito, un blocco di granito indistruttibile e improvvisamente, un giorno, mi sono ritrovato seduto su una panchina ad osservare un mucchietto di sabbia ai miei piedi: quello che era il mio esoscheletro. Ora è come se fossi fatto di olio e qualcuno abbia rotto la bottiglia che mi conteneva, mi sto espandendo senza seguire un percorso logico. Ricopro tutto quello che trovo, tracimo e trascino. Mi innamoro di ogni cosa e la avvolgo; persone, fiori, sassi, piante, mi fondo con tutto quello che incontro.
Immaginavo che mi sarei ritirato colmo di odio verso il mondo dopo quanto è accaduto, invece l'esatto contrario: io sconfitto mi sorprendo a compiere una ritirata trionfale. E la macchia d'olio si allarga, si dilata, fino ai margini del mondo. E poi precipita giù, nel nulla ...»

E qui si interrompe la narrazione, per riprendere nella pagina successiva orfana della parte recisa. Il cane si accuccia al mio fianco, io lo imito sedendomi sul terrapieno che, protetto dagli alberi, è rimasto quasi asciutto, e continuo a leggere.

«... così mi trovo all'imbrunire sulla strada ancora umida della pioggia recente che si insinua tra i boschi del Kent, la A228, appena fuori Royal Tunbridge Wells. L'aria frizzante entra dai finestrini aperti mentre guido apparentemente senza pensieri, con un mezzo sorriso stampato sul viso e lei di fianco che legge un libro. Fa specie trovarmela contro ogni logica seduta alla mia sinistra e provare questa sensazione di ribaltamento della realtà, come se fossi stato catapultato in un luogo che concede un diverso punto di vista, in un universo con leggi fisiche differenti. Strana gente questa che, ribelle ad ogni conformismo, rifiuta il sistema decimale e si ostina a dichiarare che il porridge “è veramente molto buono”.
La mia compagna di viaggio prende delicatamente la pagina del libro e la gira, accende una sigaretta e non dice nulla; soffia lentamente il fumo fuori dal finestrino e infila una mano sotto la mia coscia, senza guardarmi.
Superiamo boschi umidi e radure di verde erba grassa pettinata dal vento; una volpe insolitamente magra ci attraversa la strada. Il sole si abbassa alle nostre spalle e il mondo verde smeraldo scolora lentamente sotto un cielo che diventa celeste slavato e poi argento sempre più scuro. Appena superata East Peckham imbocchiamo la Maidstone Road e raggiungiamo Wateringbury.
“Ti va di bere qualcosa?”
lei mi dice, indicando una insegna di legno che promette un locale a due miglia. Svoltiamo a sinistra, allontanandoci un poco dalla nostra destinazione finale, Maidstone, e ci troviamo al Kings Hill Golf Club, una casetta bianca circondata da un terrazzo sostenuto da colonne di legno esagonali, ad altezza d'uomo.
Sostiamo in un parcheggio posto a lato del breve vialetto che conduce all'ingresso della club house; entriamo nell'edificio dal quale è possibile accedere al campo di golf che si snoda tra le basse colline e che ospita un pub all'interno. Il bancone sulla nostra sinistra è di legno scuro; di fronte c'è un'ampia finestra dalla quale accedere alla terrazza sulla quale ci sono alcuni tavolini. Ci sediamo all'esterno osservando i giocatori che rientrano dal percorso di diciotto buche. Nulla di esclusivo o snob, qui il golf è vissuto come uno sport per passare un pomeriggio all'aria aperta e non come occasione di aggregazione elitaria. Ci sono buffi personaggi abbigliati in maniera stravagante con un sacco pieno di vecchie mazze sulle spalle e con bambini e mogli che li seguono portando panini e bevande.
Ordiniamo due pinte di Bitter Ale. Metto una felpa, il vento è fresco e ricominciano a cadere rare gocce di pioggia mentre basse nubi corrono veloci passando davanti al sole basso ormai arancione pallido che appare e scompare d'improvviso. Tengo in mano il boccale di birra dai riflessi dorati, coperta da un schiuma leggera e bianchissima. Sorseggio e la guardo; gli occhi sono sempre quelli, quelli che mi seguono da una vita, soltanto la persona che mi guarda è diversa, ancora una volta. Parla un buffo italiano con un misto di accento inglese e fiorentino e mi racconta della sua nonna russa e del padre italiano che da anni vive a Roma. Non sembra abbia avuto una madre. Controllo meccanicamente il telefono cellulare per verificare se ci sono nuovi messaggi, anche se non sento più la smania di qualche tempo fa, solo una sorta di apatia, come quando si esprime un desiderio gettando la monetina nel pozzo o guardando una stella cadente: ci provo anche se non ci credo davvero.
Mi sta raccontando che a Tunbridge Wells è stato aggiunto il prefisso 'Royal' nel 1909 da re Edoardo VII e che solo tre città albioniche si possono pregiare di questo titolo. Mi racconta anche che la città è caratterizzata da una popolazione conservatrice e reazionaria ed è una roccaforte della vecchia Inghilterra, tanto che per indicare questo tipo di cultura, tipica comunque di queste regioni, si usa dire “Disgusted of Tunbridge Wells”. Mentre racconta tiene ancora tra le mani quel libro che forse non finirà mai di leggere.
Un cameriere troppo affettato ci porta degli stuzzichini ben disposti su un tagliere di legno, roba buona. Una volpe spunta dai cespugli e cercando di rimanere nascosta ci osserva; sono certo che sia la stessa che abbiamo visto qualche minuto prima. Annusa l'aria, si nasconde improvvisamente e improvvisamente riappare, combattuta tra la voglia di avvicinarsi e la paura che la fa fuggire.
Quando ci alziamo per riprendere l'automobile scompare definitivamente nel bosco mentre lei si appende alle mie spalle e mi bacia sul collo, facendosi quasi trascinare.»

A questo punto il racconto si interrompe per proseguire dalla pagina successiva. Strano è il fatto che la calligrafia cambia, qualcun altro continua ad appuntare sul quaderno gli eventi parlando in terza persona. Tengo ferme con le dita le pagine solleticate dal vento.

«Riprendono via per la strada deserta ripercorrendola a ritroso fino a Wateringbury, e intanto si fa sempre più buio. I fari fanno scintillare l'asfalto bagnato e gli alberi che costeggiano la carreggiata sembrano inchinarsi al loro passaggio come neri giganti.
Come dal nulla spuntano improvvisi da una curva due fari che sembrano puntare proprio verso di loro; sarà la stanchezza o l'abitudine, istintivamente lui sterza verso destra. Il fischio di due frenate nelle orecchie e il rumore stridulo della collisione: i due veicoli si toccano solo di striscio. Si fermano entrambi, loro sulla sinistra e l'altra automobile sul lato opposto. Evidentemente l'esperienza non insegna: lo osservo mentre attraversa la strada voltarsi di nuovo a destra e correre verso il lato opposto; questa volta una secca frenata non basta e viene colpito sull'anca sinistra. Seguo con gli occhi la sua parabola mentre viene catapultato in aria per poi sbattere pesantemente a terra qualche metro più avanti. Non posso evitare di correre verso di lui e annusarlo: è ancora vivo. Vengo ricacciata nel buio dalle grida di due uomini che corrono verso di noi.
Quando apre gli occhi vede delle luci azzurre che lampeggiano intorno a lui e un uomo con una casacca arancione gli appoggia delicatamente una maschera per l'ossigeno sul viso. Lei gli tiene la mano e gli ripete istericamente che va tutto bene.
Certo che va tutto bene, si sta sciogliendo e sta trasformandosi in un liquido denso che ricopre amorevolmente gli operatori dell'ambulanza che lo stanno soccorrendo, i poliziotti ai margini che hanno acceso delle fiaccole e delimitato la scena dell'incidente, lei che ha la faccia pallida e lucida di lacrime come fosse di cera, gli alberi sempre chini su di loro che guardano preoccupati.
Gli infermieri lo sollevano e lo adagiano su una barella, piegandogli la testa di lato; è così che mi scorge seminascosta da un cespuglio sul ciglio della strada mentre seguo attentamente gli eventi. So che si sta espandendo verso di me, vorrebbe immergermi nella sua sostanza oleosa ma man mano che si avvicina mi ritraggo sempre più, senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi; aspettavo questo momento da tanto tempo ed ora ho paura.
Attendo che lo carichino sull'ambulanza. Prima che il portellone venga richiuso fa appena in tempo a sussurrarmi:
“Non credere ai fantasmi, sopratutto se sono ancora vivi”
Chiudo gli occhi e sento l'odore delle acque del Medway che scorre silenzioso, Maidstone è vicina. Mi domando dove lo stiano portando, ora che era quasi arrivato. Quasi.
Il suo destino è di non fermarsi mai, e l'olio arriverà ai margini del mondo e precipiterà giù, nell'oblio. Ma forse rimarrà qui per sempre.
E di nuovo fuggo tra i cespugli.
Guardo dal mio nascondiglio l'ambulanza partire senza fretta: brutto segno. Ora so che non potrò rivederlo mai più.
Annuso per l'ultima volta l'aria che porta il suo odore, cercherò di non dimenticarlo. Mi giro e mi inabisso nel buio del bosco. Ho fame. Ora inizierò a cacciare.»

Qui termina il racconto, non c'è altro. Alzo gli occhi e noto le tracce di due frenate sull'asfalto e dei vetri sparsi: forse è successo solo ieri sera. Mi domando: chi avrà terminato il racconto? Il cane si alza di scatto e punta verso un cespuglio poco distante. C'è una volpe seminascosta che ci osserva.

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