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File 5.10.9.17.1 - Il caso "M"

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Il Prigioniero

Occorre essere attenti per essere padroni di sé stessi
Occorre essere attenti
Occorre essere attenti, occorre essere attenti
E scegliersi la parte dietro la linea gotica”
[CSI]

Mi terranno qui, anche per sempre se necessario. Vogliono una cosa sola: la mia confessione. Stanno cercando farmi impazzire per poi manipolarmi a loro piacimento, per farmi dire quello che non so. In cambio mi offrono la morte, una fine veloce e indolore. Ma non l'avranno mai.

 

Sono rinchiuso da solo, Dio solo sa da quanto, in questa squallida cella nuda, illuminata giorno e notte da una accecante luce al neon, ininterrottamente. Una panca di legno, un secchio d'acqua che devo farmi bastare per lavarmi e per bere, una sola volta al giorno del cibo, un buco al centro della stanza per gli escrementi e, al di là delle sbarre, una cella uguale a questa. L'unica differenza è che chi la abita è già impazzito. Non farò la sua stessa fine: lo sguardo vuoto, la faccia raggrinzita e scavata, sporco e debilitato, una vita raggomitolato sulla panca. Geme, talvolta urla. Piange.

Conosco i miei aguzzini, conosco le loro tecniche, so bene che non lasceranno la presa finché non parlerò: cercano un colpevole ma non l'avranno. So come resistere.

Prima di tutto è necessario capire quando è giorno e quando è notte, bisogna mantenere un ciclo vitale umano. Non ci sono finestre, pertanto mi regolo con i ritmi sempre uguali della prigione. La mattina inizia quando mi passano questa brodaglia, che loro chiamano pasto, attraverso le sbarre; calcolo che al primo cambio della guardia che siede alla scrivania in fondo al corridoio buio e umido sia mezzodì; il secondo cambio indica che è giunta la sera, allora cerco di dormire mettendomi sdraiato prono sulla panca con la testa tra le mani per proteggere gli occhi dalla luce. So che se il guardiano si accorge che dormo verrà a picchiare con il manganello sulle sbarre. Quando accade mi alzo e cerco di controllare con il respiro lo stato di ansia e le palpitazioni inevitabili a causa del brusco risveglio. Lo guardo e attendo che se ne torni là in fondo a leggere il giornale per poi ricominciare a dormire. In qualche maniera riposo e sono pronto per gli esercizi che mi obbligo ad eseguire per tenere il fisico attivo e la mente pronta. Prima di iniziare a mangiare mi spoglio, appoggio le mani sul freddo pavimento di terra battuta e faccio flessioni sulle braccia finché non ce la faccio più e crollo a terra. Quindi lavoro sugli addominali. Quando sono stremato mi rivesto e mangio. Poi, nel periodo che io immagino sia vicino alla sera, alleno le gambe, salto su e giù dalla panca, quindi tiro pugni ad un avversario immaginario fino al cambio della guardia. Tra una sessione di esercizi e l'altra cammino in circolo lungo il perimetro della piccola cella e mantengo viva la memoria recitando a voce alta tutto quello che riesco a ricordare: poesie, canzoni, racconti, filastrocche che ho imparato da bambino, date, nomi. Tutto ciò che riesco a ricordare e che non devo dimenticare.

Tutto questo mi aiuta, ma non basta. Perché c'è lei. Non mi è chiaro chi sia, ma di certo è vicina a qualcuno che conta molto qui dentro, magari una familiare o l'amante. Oppure una ricattatrice.

La Perversa

You are the melting men
You are the situation
There is no time to breathe
And yet one single breath
Leads to an insatiable desire
Of suicide in sex”
[Melt – Siouxie and the Banshees]

Arriva scortata da quattro guardie dai muscoli ipertrofici e dallo sguardo assente. Non devono vedere quello che accade. Non vedranno e non ricorderanno. Lei è vestita sempre uguale: stivali alti fino al ginocchio con i tacchi sottili, una minigonna di pelle, una maglia senza maniche attillatissima. Tutto nero, sempre solo rigorosamente nero e scintilla sotto il neon come un corvo. Sotto non porta nulla. Ha i capelli lisci, lucidi e setosi; gli occhi viola e crudeli; la pelle vellutata, chiara, profumata; è completamente depilata. È bella. Bella, sadica e perversa.

Quando arrivano la guardia si alza in silenzio e se ne va lasciandoli soli. Entrano nella cella, senza parlare; i quattro energumeni mi denudano e mi immobilizzano sulla panca di legno, uno mi tiene le gambe, uno la testa e gli altri due la braccia. Non lo sanno che non ce né più bisogno, ci ho fatto subito l'abitudine, lo considero un esercizio per rafforzare la mia capacità di sopportazione. Un esercizio utile e anche un momento che spezza la monotonia di questi giorni sempre uguali. Perfino questo è meglio della folle solitudine. So cosa la eccita quindi, di tanto in tanto, fingo di divincolarmi e la supplico di non torturarmi per darle soddisfazione. Perché, lo ammetto, dopo le prime volte ora brucio dal desiderio che torni da me un'altra volta, ancora e presto. La temo e la bramo, la disprezzo e mi eccita.

Inizia sempre colpendomi con un frustino sul ventre e sulle cosce, ma lo fa solo per abitudine, non è questo ciò che ha intenzione di fare. Per me si tratta solo di un riscaldamento per ciò che ci sarà dopo, non sento alcun dolore; la verità è che da molto tempo accetto questo fastidioso preliminare perché so bene quello che accadrà dopo. Il mio respiro diventa affannoso e la bocca mi si secca per l'eccitazione. Una follia che spero mi terrà lontano da quella vera, quella che vogliono che mi divori.

Ormai lo so cosa sta per fare.

Lascia cadere il frustino per terra, mi gira intorno fissandomi malignamente, come un giaguaro intorno alla sua preda moribonda. Sotto la luce algida sorride, i suoi denti bianchissimi mostrano il ghigno feroce della belva.

Si spoglia completamente, la sua bellezza fa male come un pugno nello stomaco. Ora indossa solo gli stivali, sale sopra di me a gambe larghe appoggiandosi con le mani sulle ginocchia e graffiandomi con le lunghe unghie feline, quindi inizia a strusciarsi con il sedere e il pube sulla mia faccia. Preme le labbra umide della vagina sulla mia bocca, le apre con le mani e preme forte. Lo fa a lungo, anche violentemente, finché raggiunge l'orgasmo e inizia a pisciare. Mi piscia addosso, anche in faccia. Uno dei suoi gorilla mi costringe ad aprire la bocca e ingoiare. E lei urla, come posseduta. Quando ha finito si siede di nuovo su di me dondolandosi e mugolando. Mi costringe a leccarle l'ano, vuole essere penetrata con la lingua. Infine si alza, mi insulta, mi schiaffeggia e mi sputa addosso, sul viso. Mi infila in bocca la punta dello stivale, mi bacia e quando si stacca lascia colare la sua saliva sulla mia lingua. Mi piace.

Improvvisamente si alza e mi guarda come schifata, si riveste, si volta verso l'uscita e i quattro mi lasciano andare. Se ne vanno come sono arrivati: in silenzio. Arrivano in fondo al corridoio, escono dal cancello di sicurezza e immediatamente ricompare il secondino che si siede e ricomincia a leggere il giornale alla luce gialla della lampada da tavolo. Io prendo il secchio dell'acqua, ne uso un terzo per lavarmi, un terzo per pulire la cella e un terzo lo tengo per bere. Mi rivesto e respiro profondamente restando sdraiato in terra con le gambe appoggiate sulla panca cercando di non pensare a nulla. Training autogeno, yoga, non so cosa sia, ma serve per rilassarmi, dimenticare dove mi trovo e rilassarmi. Sperando che non arrivi la guardia con il manganello.

Il Dottore

How much I wanted you
And oh Christ, how much more I want you now
The great pain, the great misery
To look and look
And look and find
Nihil
[Current 93 - Calling for Vanished Faces Ilyrics]

Sta dormendo, prono come sempre e tenendo la testa tra le mani, in quella strana posizione con le gambe distese, quasi rigide, il respiro lento e profondo, il cuscino sotto il ventre. I tranquillanti hanno finalmente fatto effetto. Assisto alla stessa scena anche oggi, come ieri, come l'altro ieri, come sempre. Non ci sono segnali di miglioramento. In tanti sono internati qui, ma questo è il caso più disperato.

Lo seguo scrupolosamente dedicandogli gran parte del mio tempo, lo curo come nessun altro. Non che abbia una affezione particolare per quel poveraccio, è uno dei tanti schizoidi del reparto, ma c'è lei. Non sopporto vederla soffrire, per questo ho preso particolarmente a cuore questo paziente. Sulla cartella clinica c'è scritto solo: '5.10.9.17.1 – M.'. Tuteliamo attentamente la privacy dei soggetti affetti da malattie mentali. Solo io e il direttore dell'istituto sappiamo quale sia il suo vero nome.

Lei viene tutti i giorni, da quasi dieci anni, e ancora continua a sperare in un miracolo. E nel frattempo io mi sono innamorato di questa donna. Forse. Non ne sono sicuro. Mi affascinano i suoi occhi color lavanda, i lucidi capelli corvini, il suo corpo flessuoso e curato, quel vezzo di vestirsi sempre di nero.

Sono combattuto tra la volontà di regalarle il miracolo che tanto attende e la speranza di non vederlo mai guarire perché la porterebbe via da me. Questa battaglia interiore mi sta sconvolgendo da parecchio tempo. Chissà, magari il letto vuoto della stanza di fronte tra non molto tempo sarà il mio.

Lui è cattivo, non vuole essere avvicinato da nessuno. Non dorme mai, dobbiamo sedarlo, mangia con le mani come un animale e se non c'è sempre un'infermiera a vigilare fa i suoi bisogni sul pavimento della camera. Quando cerchiamo di comunicare con lui non sa fare altro che proclamare la sua innocenza e ripetere che non confesserà mai. E quando c'è lei … dà in escandescenze, prima chiede pietà poi geme come se stesse avendo un rapporto sessuale. Impossibile capire cosa impazza nella sua testa malata.

Sono il dottor Manuel Paredes Izaguirre e lo giuro sulla Sacra Pachamama: guarirò quest'uomo. I suoi occhi color lavanda lo chiedono, il suo freddo sorriso di avorio sarà il mio premio, e poi me ne andrò. Senza di lei non ho più un senso, non ho più uno scopo.

È qui da dieci anni ormai, e non sembra fare progressi. Morirà in questa stanza.”

Lo dice sottovoce poi si gira verso la finestra e guarda tra le lame sottili della veneziana sempre chiusa.

Mai perdersi d'animo” il dottor Izaguirre cerca di confortarla.

A volte basta un piccolo episodio, una voce amica, un sorriso e la luce si riaccende nel loro cervello martoriato; la letteratura riporta casi di risvegli improvvisi, a volte senza alcuna apparente ragione ...”

Mi guarda come se gli facessi schifo. Se cerco di accarezzarlo o di dargli un bacio si divincola e mi respinge con forza, come se dovesse difendersi da una aggressione. Ci vogliono quattro infermieri per trattenerlo.”

Bisogna essere forti. La schizofrenia paranoide è una malattia terribile; sono dei deliri di grado psicotico che includono percezioni irreali; sono ricordi di fatti non accaduti, allucinazioni, bizzarre convinzioni. Stiamo lavorando utilizzando tutte le risorse conosciute dalla psichiatria. E poi quest'uomo è una massa di nervi e muscoli. Quando è solo corre, salta, esegue flessioni sulle braccia, sembra partecipare ad una esercitazione militare.”

Dieci anni! Dieci anni!” lei urla, ed esce furiosamente dallo studio.

L'infermiera mi guarda con gli occhi tristi e si incammina verso la porta.

Ci penso io, dottore ...”

Mi siedo su bordo del lettino, apro la cartella, e scrivo la relazione odierna.

Il Folle

Janitor of lunacy
Paralyze my infancy
Petrify the empty cradle
Bring hope to them and me”
[Nico]

Non ci ho ancora fatto l'abitudine. Appena supero questa porta e mi immetto nel corridoio buio che conduce alla sua stanza sento una stretta al cuore. I quattro infermieri che mi accompagnano sono sempre gli stessi, da dieci anni. Non parlano mai, ma dopo tanto tempo non serve nemmeno farlo. Entro nella camera e nulla è cambiato: il dottor Izaguirre con una cartelletta scura sotto il braccio in piedi di fianco al letto che lo osserva e lui che mi guarda con negli occhi un misto di paura e desiderio. Chissà se mi riconosce. Mi avvicino e cerco di toccarlo, solo per appoggiare una mano alla sua spalla e fargli sentire che ci sono ma mi spinge via e si divincola dagli infermieri che cercano di immobilizzarlo sul letto. Io rimango in disparte trattenendo a stento le lacrime. Lo amo ancora.

Il dottore gli lega con perizia un laccio emostatico al braccio e lo seda. In pochi minuti si rilassa e si sdraia con i piedi appoggiati sulla spalliera e la testa in fondo al letto. E si addormenta. O forse entra semplicemente in uno stato di catatonia.

Izaguirre si avvicina e mi pende un braccio. Lo odio, non so perché; sta facendo di tutto per aiutarlo, sta facendo di tutto per aiutare me, ma ho la sensazione che si aspetti qualche cosa in cambio. Quando mi parla mi guarda fisso negli occhi, come se cercasse di comunicarmi anche dell'altro. Probabilmente lo stress di questi anni sta lacerandomi e vedo cose inesistenti.

Lo guardo ancora un istante, poi ci dirigiamo verso lo studio. Izaguirre cammina al mio fianco, mi regge il braccio troppo delicatamente, cosa vuole? Mi fa accomodare di fronte alla sua scrivania, compila il registro delle visite, firmo. Lui inizia a parlare, la sua voce è bassa e monotona, so che lui sta cercando di rassicurarmi, di tenere viva la mia speranza. Ma io non lo ascolto anche se ogni tanto annuisco.

Non sopporto la penombra e mi avvicino alla finestra tarpata da una veneziana, dalla quale lame di luce filtrano tagliando l'aria in sottili strisce nelle quali galleggiano minuscole particelle di polvere. Divarico due stecche cieche in alluminio per guardare fuori. Il cielo è terso, il sole splende, l'erba del parchetto di fronte alla clinica è ben curata, uno smeraldo lucido e suadente; vorrei sdraiarmi su quel letto fresco e non pensare a nulla. E invece penso a quanto crudele sia la natura quando con il suo splendore rende ancora più evidente il contrasto con questa miseria. Oggi no, non posso sopportarlo. Mi giro e me ne vado, fuggo da questo posto. Ma so che domani sarò ancora qui.

Domani

Well today is grey skies
Tomorrow is tears
You'll have to wait til yesterday is here”
[Tom Waits - Yesterday Is Here]

Dieci anni sono passati. Come lo so? Non lo so, ma sono sicuro: dieci anni sono soffiati via, nonostante la luce impietosa mi abbia negato i giorni, nonostante la solitudine, la stanchezza, la paura, il freddo, il vuoto.

La ciotola è lì, l'hanno infilata qualche istante fa sotto il cancello di ferro. Mi alzo dalla panca di legno. La afferro e inizio a mangiare malvolentieri, prendendo stancamente il cibo con le mani. Mi sdraio sulla panca supino, con gli occhi fissi al soffitto.

Non farò mai più i miei esercizi. Oggi parlerò. Ho chiesto a quel bastardo di Colonnello Izaguirre di avere un colloquio: confesserò. Mi ero sbagliato: è meglio morire che impazzire.

In fondo al corridoio, attraverso la porta di sicurezza, li vedo arrivare. Ci sono tutti, il Colonnello, i quattro energumeni ed anche lei. Stavolta non porta gli stivali, il suo vestito nero è castigato, la bocca stretta e gli occhi di lavanda non sono malvagi ma appaiono tristi. Capisco che non mi riserverà il solito “trattamento”.

Quando si dispongono intorno a me a semicerchio lei mi è proprio di fronte. Non sono sicuro ma dagli angoli dei suoi occhi, una volta crudeli, mi sembra di vedere delle lacrime.

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