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Un'arma per Venila

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Nonna Venila era seduta a tavola, sulla sedia impagliata; stava immobile, con la schiena dritta, la testa alta, lo sguardo severo e le labbra strette. I capelli cinerini erano raccolti in una crocchia maestosa, indossava un abito nero con uno sbuffo di pizzo sul petto e con collare e polsini di merletto lavanda.

Sul tavolo nudo giacevano due piatti puliti, bianchi, uno di fronte ad una sedia vuota e l'altro davanti a lei. Sul grembo teneva la sua arma.

Alla sua destra c'era un grande camino dove ardevano ancora brillanti le braci di un ceppo di abete che emanavano una luce ora arancione ora rossa. Venila era tagliata esattamente a metà: bruciava di una fiamma ramata dalla parte del camino, dall'altra era una sagoma nera. L'arma scintillava restituendo al buio della stanza raggi infuocati. Tra la sedia e il camino un gatto raggomitolato sonnecchiava crogiolandosi nel tepore.

Venila teneva lo sguardo fisso di fronte a lei, fisso sulla finestra e sul vialetto rischiarato dalla luna piena, sfavillante di argento e platino come accade nelle notti gelide e serene d'inverno, dopo una nevicata. Tutto pareva cristallizzato là fuori, tranne una figura lontana, scura, di cui si distiguevano solo le sagome del cappello e del lungo pastrano, che avanzava verso l'abitazione. I suoi passi si facevano sempre più circospetti ed attenti mano a mano che si avvicinava.
Quando la figura fu quasi di fronte alla casa emersero dal nero uniforme dei toni di grigio: la barba ispida e sfatta, i lunghi capelli arruffati, le spalle larghe, due occhi selvatici e circospetti.
Dopo alcuni passi scomparve definitivamente dalla visuale della finestra. A tradirne la presenza di fronte all'ingresso solo un lieve rumore mentre si levava gli stivali prima di entrare. Gli occhi della nonna si spostarono sull'uscio chiuso adiacente alla finestra. Finalmente dopo un tempo immemorabile Venila si mosse, prese l'arma e scivolò silenziosamente di fronte alla porta, acquattandosi poi sul lato dei cardini, per essere invisibile all'uomo quando sarebbe entrato e sorprenderlo alle spalle.
"Entra, entra: sei morto" la nonna mormorò con un filo di voce, stringendo l'arma con entrambe le mani e vibrando per la tensione.
La porta si aprì lentamente nascondendo Venila nell'ombra. La figura, annunciata da un soffio di aria gelida, venne colorata dalla luce emanata dal camino non appena varcò la soglia a piedi nudi, con gli stivali in una mano e il cappello nell'altra, prestando tutta l'attenzione possibile per non fare alcun rumore. La nonna non aspettò che si voltasse per richiudere la porta. Il rumore secco, metallico dell'arma ruppe il silenzio della stanza. Il gatto schizzò terrorizzato verso le scale che portavano al piano di sopra per cercare rifugio.
L'uomo si portò una mano sulla testa e tenne l'altra tesa di fronte a sè, per tenere lontana la nonna infuriata che cercava di colpirlo di nuovo con il mestolo di rame.
"Ubriacone! Debosciato! La prossima volta verrò io personalmente a prenderti all'osteria! Te la faccio fare io la bella figura di fronte ai tuoi amici beoni. Vattene a dormire: domani faremo i conti."
Il nonno cercò di borbottare qualcosa che potesse assomigliare ad una giustificazione.
"E' meglio se taci."
"..."
"A letto!" sibilò Venila, indicando le scale con il mestolo.
Il nonno, terrorizzato, seguì la stessa via del gatto con le lacrime agli occhi per il dolore e sfregando vigorosamente un bernoccolo proprio in cima al cranio che cresceva sempre più grande.
La nonna non aveva mai avuto una pistola. Il grosso e pesante mestolo di rame, se usato con perizia, poteva fare molto più male.

 

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