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Lupi

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«Erano quei giorni antichi, prima che la terra avesse forma, quando fu creato il Niflheimr, al cui centro era una sorgente chiamata Hvergelmir da cui sgorgavano i fiumi che così si chiamano: Svöl, Gunnþrá, Fjörm, Fimbulþul e Gjöll, il più prossimo ai cancelli di Hel.»

[Snorri Sturl – Gylfaginning]

 

Narra Gylfaginning che a un certo punto si formarono due regioni alle estremità del Ginnungagap: a nord il freddo Niflheimr, a sud il torrido Múspellsheimr. In quei tempi il Niflheimr era abitato dagli Hrímþursar governati da Hel, oggi ormai estinti, e dai lupi.

Fenrir1 considerò che non c'era mai stato un inverno così freddo nel regno di Hel, a memoria di lupo. La neve copriva il sottobosco ormai da due lune e non c'era giornata che ne cadesse di nuova. Nemmeno quella sera faceva eccezione.

Sopra il fiume Gjöll, ora completamente coperto di ghiaccio, si scorgevano dall'alto del ponte che lo attraversava dei puntini neri: erano i corvi che cercavano insetti e minuscoli gamberi di fiume rimasti intrappolati. Fenrir li osservò per qualche istante, poi decise che non ci avrebbe nemmeno provato, non esisteva alcuna possibilità di catturarne uno. Non sarebbe nemmeno riuscito ad avvicinarsi, sarebbero volati via molto prima. Era spossato, anche l'ultima notte di caccia era stata infruttuosa.

Si diresse verso la sua grotta a passi lenti, annusando l'aria di tanto in tanto sperando di sentire la presenza di una preda, ma sembrava che gli unici animali ancora vivi, oltre ai corvi, fossero i rapaci che volteggiavano nel cielo grigio.

Entrò silenziosamente, si fermò un istante nella penombra per abituare gli occhi accecati dal riverbero abbagliante della neve, poi si avvicinò a Lofn2, accucciata in fondo alla tana nell'angolo meno freddo. Tremava. Era magra e affamata, non stava per niente bene. Per troppo tempo era rimasta senza nutrirsi. Sapeva che era l'ultima possibilità: se non fosse tornato entro l'alba con qualcosa da mangiare non ce l'avrebbe fatta.

"Sono passato per salutarti ma rimarrò poco, stanotte tenterò di nuovo.”

Si sedette guardando verso l'imboccatura della grotta, ipnotizzato dalle neve che turbinava formando vortici e figure fantasmagoriche. Si distese per terra sempre fissando quello spettacolo narcotizzante e attese che la neve che si era appiccicata al pelo si sciogliesse. Poi si riscosse, si alzò di nuovo simulando energie che non aveva, scrollò la testa poi tutto il corpo fino alla coda e si rivolse di nuovo alla sua compagna.

“Tra non molto sarà buio, è ora che io vada. Riposati, tornerò domattina alle prime luci e questa volta porterò anche da mangiare, prevedo una notte fortunata, lo sento"

Lofn aprì gli occhi e lo guardò languidamente: nella sua espressione non c'era ombra di dubbio. Aveva fiducia nel suo compagno e ne avrebbe avuta fino alla fine.

Fenrir uscì dalla grotta e rabbrividì, faceva sempre più freddo e la neve gli turbinava intorno. Tenendo gli occhi semichiusi cercò la strada aiutandosi con l'olfatto. Andava di fretta perché prima di iniziare il suo lavoro doveva fare una cosa molto importante. Doveva controllare come stava Sjöfn3.

Sebbene Lofn fosse la sua compagna Sjöfn era sempre stato il suo desiderio più recondito ed inaccessibile, perché ella non era soltanto la più bella lupa del branco ma era anche la prescelta del capo Sköll4. Ora era sola. Sköll era fuggito a sud, si era unito ad un branco più forte, quello del malvagio Hati5. Aveva abbandonato i suoi lupi, vigliacco.

Quando giunse alla tana dove lei viveva si fermò prima di entrare per riprendere fiato dopo la corsa che aveva fatto, quindi entrò di soppiatto cercando di non farsi sentire. Si accucciò al suo fianco e la avvolse con il suo corpo. Lei si voltò e lo guardò voluttuosamente. Tutto di lei esprimeva dolcezza e sensualità. Si scambiarono qualche effusione prima ancora di parlare. C'era sempre stata un sorta di complicità tra loro due, ma ora che non c'erano ostacoli e si vedevano spesso senza bisogno di dissimulare l'attrazione che avevano l'una per l'altro, stavano scoprendo di amarsi. Sentivano di voler stare insieme ed era come se quel sentimento ci fosse da sempre, come se fosse stato latente e fosse semplicemente affiorato dopo tanto tempo.

“Volevo scaldarti un po'” le disse.

“E ci sei riuscito, come sempre.”

Nemmeno lei era in buona salute. Anzi era esangue, stava forse peggio di Lofn. Restarono in silenzio per qualche minuto coccolandosi teneramente.

Fu Fenrir ad interrompere il silenzio: non trovò niente di meglio che fare anche a lei la stessa promessa fatta a Lofn:

“Verrò qui domani entro l'alba, porterò da mangiare e ci rimetteremo in forze. Ho una idea per la caccia di questa notte e so che non tornerò a mani vuote”

Sjöfn si strinse ancor più vicina a quello, che nel suo cuore, aveva preso il posto di Sköll.

“Quando finirà questo inverno io verrò a stare con te” le disse. “Non ti lascerò sola”.

Sjöfn emise un mugulio compiaciuto e lui le leccò il muso con dolcezza.

“Ora vai, Fenrir. Nevica e la caccia sarà difficile”

Uscì di nuovo nella neve, ed ebbe ancora un fremito di freddo. Anche lui stava perdendo le forze e per questo motivo temeva di tornare senza nulla. Allontanò quella tragica paura dalla sua mente: avrebbe perso entrambe.

Non poteva permettersi di fallire, iniziò quindi a concentrarsi su ciò che andava fatto. Una sola cosa era certa: aveva una idea. Si sarebbe addentrato nel territorio dove c'erano i villaggi degli Hrímþursar. Sarebbe stato molto più pericoloso ma era noto che molti animali si spingevano lassù alla ricerca di cibo, che abbondava tra la grande quantità di rifiuti che gli umani gettavano via.

Iniziò a correre verso il Járnviðr, il bosco di ferro, che si inerpicava sulla grande montagna.

L'ascesa fu difficile e faticosa, spesso doveva fermarsi per orientarsi, altre volta si trovava di fronte a sbalzi rocciosi che non permettevano la salita e doveva ritornare e cercare una via accessibile. Finalmente il bosco iniziò a diradarsi lasciando spazio a un altopiano ricoperto di fitti cespugli coperti di neve. Era il territorio abitato dagli umani. Fu breve il cammino per arrivare al punto in cui si potevano scorgere le luci delle lanterne delle case e sentire la loro rumorosa presenza, fatta di musiche, chiacchericci e voci stridule di bambini. Vicino ai villaggi fumavano mucchi di rifiuti ma non sembrava esserci vita nemmeno lì intorno. Quello che poteva sentire era solo la puzza immonda e il freddo pungente che gli entrava nella carne. Forse si sarebbe dovuto avventurare più vicino alle case degli uomini; ma se i piccoli animali passavano inosservati nella notte, un lupo li avrebbe fatti accorrere in massa. Se l'avessero scorto l'avrebbero inseguito fino a che l'avrebbero catturato e ucciso. Provò a nascondersi dietro un rudere sottovento ad un grande ammasso di spazzatura maleodorante ed aspettare. Aspettò finché non fu sicuro che se sarebbe rimasto anche solo un minuto di più sarebbe morto assiderato. Solo silenzio. Solo ghiaccio e silenzio. Disperato, osò tentare di avvicinarsi nei recinti delle galline, ma i cani lo sentirono subito e cominciarono ad abbaiare con ferocia. Fuggì immediatamente per non essere scorto dalle sentinelle che accorrevano facendo luce con le torce.

Vagò per ore senza trovare nulla. Aveva smesso di nevicare da parecchio; il giorno iniziò a dare le prime avvisaglie del suo arrivo con il timido chiarore che mostrava il profilo delle alte montagne che si ergevano ad occidente. Non c'era più nulla da cercare lassù. Era ormai disperato: Sjöfn e Lofn sarebbero morte.

Senza speranze riprese via verso la tana scendendo mestamente per il bosco silenzioso. Ma l'istinto era sempre pronto a risvegliarsi, bastò un impulso improvviso: fiutò qualcosa. Si arrestò di colpo e cercando di capire da dove provenisse l'odore si mosse con circospezione, cercando di non fare il minimo rumore e di rimanere in qualche maniera nascosto dietro un tronco o un avvallamento. In questo la neve lo aiutava attenuando il fruscio dei suoi passi. Ora lo sentiva decisamente, c'era qualcosa di molto vicino. Strisciò dietro un mucchio di rami tagliati dai boscaioli e coperti da una spessa canapa e di soppiatto si sporse quel tanto che bastava per vedere al di là. Una lepre artica si mimetizzava perfettamente nella neve, grazie al suo pelo candido. Ma il suo odore, quello no, non poteva nasconderlo. Era stranamente immobile ma Fenrir non si fidò e si portò silenziosamente sottovento, leccò della neve e ne tenne in bocca un po', per evitare che la lepre potesse scorgere il vapore del suo alito nel chiarore alabastrino dell'alba. Ricominciava a cadere qualche rado fiocco ghiacciato. Troppo facile, questa volta: avvicinandosi si accorse che il povero animale era intrappolato in una tagliola dei cacciatori. Abbandonò ogni precauzione e in pochi balzi le fu addosso. Si limitò ad ucciderla prendendole la testa tra i denti e torcendola con uno strappo secco. Fece un po' più di fatica a strapparla dalle lame che gli avevano azzannato la zampa anteriore.

Mentre trotterellava scendendo dalla montagna si rese conto di quanto era piccola e leggera la preda. Non sarebbe bastata per tutti e tre. Doveva decidere. Sjöfn o Lofn. Ora toccava a lui fare le veci capobranco. Ma non ne era capace, non aveva la stoffa del capo. Si fermò a metà strada tra le due tane e ululò il suo richiamo ... non sapeva ancora cosa avrebbe fatto. Arrivarono dopo pochi minuti. Entrambe stremate. Lo guardarono e guardarono il misero bottino ai suoi piedi. Sapevano bene che ora che Sköll li aveva abbandonati toccava a lui scegliere e per una delle due sarebbe stata la fine. Le due lupe attendevano la decisione di Fenrir e per una di loro non ci sarebbe stata un'altra primavera.

Egli ripensò all'amore che aveva ricevuto da entrambe e considerò che qualunque cosa avesse deliberato le avrebbe perse entrambe: come avrebbe avuto il coraggio di guardare ancora negli occhi quella che avrebbe scelto di salvare? La decisione fu inevitabile. I suoi occhi gialli brillarono e parlò con decisione e sicurezza.

“Avevo promesso che questa mattina avreste mangiato: sapevo che sarebbe stata una notte favorevole e così è stato. Ne ho catturata un altra molto più grossa e l'ho nascosta lungo la strada, non riuscivo a trasportarle tutte e due. Si, lo so, non è molto, ma la dividerete e vi sfamerà. Dopo che Sköll ci ha abbandonati è naturale che io sia il nuovo capobranco e che sia io a decidere per il bene di tutti. La più grossa è per me perché ho bisogno di forze. Presto dovrò andare di nuovo a caccia.”

Si voltò e se ne andò. Entrambe lo guardarono e pensarono che nemmeno lui era meglio di Sköll. Egoista e vigliacco, ecco cos'era.

Fenrir si diresse verso il fiume Gjöll. Avanzò faticosamente affondando nella neve, ormai allo stremo delle forze. Era quasi mezzogiorno quando giunse sulla riva. Lo attraversò camminando sulla spessa lastra di ghiaccio, mentre i corvi volavano via andandosi ad appollaiare sugli alberi che si affacciavano sul fiume osservandolo attentamente. Arrivato sull'altro lato si portò distante dai sentieri battuti dal branco, per essere certo di non essere trovato. Fu sotto un abete gigantesco che scavò una piccola buca e si accucciò all'interno, chiuse gli occhi e non pensò più a nulla.

I corvi restarono sugli alberi guardando il vapore del respiro di Fenrir. Passarono meno di due ore quando le esalazioni cessarono di essere visibili. Fu allora che i corvi planarono di nuovo sul fiume ed iniziarono ad avvicinarsi saltellando.

A loro il cibo non sarebbe mancato.

 


 

1Fenrir è il lupo nato dall'unione tra il dio Loki e Angrboða e generato nella Járnviðr (foresta di ferro), luogo da cui provengono anche i due lupi Sköll e Hati.

2Lofn è dolce e buona, tanto che Odino e Frigg le hanno concesso di poter unire in matrimonio coloro cui ciò fosse negato.

3Sjöfn è la divinità dell'amore, in grado di infondere tale sentimento in uomini e donne.

4Sköll è un lupo che insegue il Sole con l'intenzione di divorarlo. Il suo nome significa "inganno".

5Hati, è un lupo che insegue la Luna. Il suo nome significa “Pieno di odio”.

 

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