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Il cerchio non è rotondo

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Lui In Persona

IL CERCHIO NON È ROTONDO

“La vita si può capire solo all'indietro, ma si vive in avanti”
[Sören Kierkegaard]

 

Il trecentosessantesimo grado

"Quando toccherà a te prega che sia uno che sa dove sparare"
[Cheyenne]

Morto non era ma nemmeno era vivo. Lei lo stava trascinando chissà dove tirandolo per una caviglia. Lui riusciva a tenere un solo occhio socchiuso. Veramente era rimasto così, mezzo aperto, e con quello registrava gli ultimi attimi della sua esistenza. Avrebbe voluto chiuderlo ma non era più in grado di effettuare alcun movimento: era come paralizzato, con la bocca aperta e il terrore che gli procuravano quelle immagini. Non riusciva nemmeno a muovere la pupilla ma osservava fissamente ciò che stava alle sue spalle. In una sorta di coma vegetativo, sindrome apallica, non era più in grado di comunicare con il mondo esterno ma poteva sentire il dolore della ferita, provava la paura della morte e solo quell'occhio spento registrava gli ultimi residui di percezioni e consapevolezza ... se lei avesse osservato quell'occhio avrebbe capito che non stava trascinando un cadavere. Ridotto allo stato di coscienza minima, a questo era ridotto.

Lasciava una leggera traccia di sangue e di saliva come le lumache. Osservava ogni mattonella del pavimento e sentiva sulla guancia il freddo contatto con il marmo. Lei credeva di averlo ucciso, un colpo solo pensava sarebbe bastato. Ma la mano non era stata ferma e non aveva colpito esattamente dove avrebbe dovuto. No, non era bastato e lui era solo tramortito; questa volta avrebbe preferito non avere la pelle dura, adesso era costretto a percepire ogni momento della sua fine, a considerare com'è bello il mondo quando lo si vede per l'ultima volta.

Improvvisamente sente una porta che si apre e il respiro di lei, affannato dalla fatica. Scendeva le scale e ogni gradino era un colpo di martello sulla tempia che picchiava sullo spigolo di quello che stava più in basso ... sempre più in basso. Dove lo stava portando? Lei si ferma, lascia cadere la gamba per la quale l'aveva trascinato. Ora poteva vedere la base di quello che poteva essere un tavolo da lavoro in legno, vecchio e malandato, forato dalle termiti e crepato dall'umidità. Un rumore, una sega elettrica ! Non è forse così che si occulta un cadavere? Lo si taglia a pezzettini e lo si disperde in una fogna, lo si dà da mangiare ai maiali, lo si dissolve pezzo per pezzo nell'acido. Il panico non poteva sfogarsi in un corpo che non rispondeva più, perciò aggrediva la mente con vampate di calore violento. Sarebbe impazzito ?

Quando il destino decise il suo corso

"All'intelligenza saranno chiari taluni fatti orribili solo quando il destino sarà compiuto"
[Nostradamus]

Partirono da Latina e dopo aver percorso con una automobile presa a noleggio la Pontina arrivarono alla stazione Termini. Mezz'ora dopo si trovavano sul Freccia Rossa diretto a Milano.

Il treno viaggiava veloce e silenzioso nella campagna romana, a nord dalla capitale, ormai in Umbria, all'altezza del lago artificiale di Corbara quasi a Orvieto. Fuori scorreva una campagna incantevole. Sul finestrino si formavano in continuazione pulviscoli di goccioline di pioggia che subito venivano strappate dal vento e rigettate nell'aria fresca di un tardo pomeriggio di fine Ottobre. Come in un vecchio film muto le immagini cambiavano troppo velocemente e l'occhio non riusciva a fissarsi su una figura che questa subito scompariva per lasciare il posto ad un'altra: alberi che portavano i colori ambrati dell'autunno incalzante venivano sostituiti da casolari dall'aspetto abbandonato, poi campi agricoli ormai coperti solo dall'erba stopposa e giallognola e subito un boschetto umido e poi il nastro grigio e opaco del Tevere che appariva e scompariva ora dietro una collina ora occultato dai filari di un vigneto. Marcus avrebbe voluto dormire ma non aveva sonno: la stanchezza delle lunghe giornate di lavoro appena trascorse rendeva i pensieri lenti e fumosi, ma gli occhi non ne volevano sapere di chiudersi.

Si girò lentamente verso l'interno del vagone quasi vuoto. Seduta di fianco a lui Elisa alzò gli occhi dall'opuscolo che stava leggendo, o forse solo osservando anche lei immersa in altri pensieri, e lo guardò accennando un leggero sorriso.

« Finalmente si torna ... »

« Già ... »

È difficile distogliere lo sguardo da due occhi così, dello stesso grigio-azzurro del cielo piovoso, tristi e liquidi, quasi come se avesse appena finito di piangere. Aveva passato la vita a guardare negli occhi della gente, diceva che è l'unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un'anima. Un po' imbarazzato abbassò lo sguardo e si chiese per quale motivo i momenti importanti della sua vita fossero stati segnati da occhi diversi ma sempre uguali: come quelli. Si domandò che disegno ci fosse dietro a questa strana coincidenza, se disegno c'era. Difficile però pensare ad un semplice caso.

La guardò ancora un istante. Si rese conto che era proprio bella, ancora più bella in un giorno così. Era di una dolcezza intensa, discreta e timida, bastava una battuta un po' audace per farla arrossire. Non ricordava di averla mai vista truccata né di averla mai vista particolarmente curata nell'abbigliamento: un paio di jeans e un maglione sempre troppo larghi e scarpe da tennis. Però non dava mai la sensazione di essere trasandata. Forse troppo magra, sicuramente troppo giovane. Meno di trent'anni ...

Si rigirò di nuovo verso il finestrino e guardò il cielo imbrunire pian piano e la giornata luminosa scolorarsi. Il paesaggio perdeva lentamente le sue tinte per fondersi in un grigio plumbeo sempre più uniforme. Decise che era troppo buio e non c'era più nulla da vedere là fuori. Prese il computer portatile, l'accese, notò che c'era un messaggio per lui:

"Claire 27 ottobre alle ore 18.22

Oggetto: Vanamente aspettando ....

Credevo che sarei stata l'artefice della mia vita ... credevo! Mi ritrovo ad aspettare che si trasformi in quello che ho sempre voluto per me....aspettare che chi ho di fronte mi veda per quella che sono ... Aspettare quello che non sarà ... che deserto ... oltre tutto io odio aspettare! Basta tristezza. Buona giornata."

Anche lei aveva quegli occhi ... se li immaginò ... gli occhi dietro alle lacrime come due pesciolini in un mare troppo stretto. Pensò che c'è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare per l'intelletto. Fece un respiro profondo.

« Qualcosa non va, Marcus? » chiese Elisa.

Questa volta fu lui a sorridere.

« Scherzi? Va tutto benissimo »

Marcus leggeva e rileggeva quel messaggio ossessivamente, non riusciva ad attribuirgli alcun significato e per questo motivo lo caricava di mille significati che la mente non poteva accettare ma che erano speranze che scaturivano direttamente dal cuore. Fu così che iniziò ad essere certo di ciò che poteva non essere e che la sua vita cambiò prima che i fatti lo consentissero. Ripercorse mentalmente quei mesi nei quali era passato da una semplice conoscenza informale ad un rapporto più complice anche se non chiaro, bensì basato perlopiù su accenni, doppi sensi, frasi smozzicate, occhiate e ammiccamenti mai dal significato inequivocabile. E da quel percorso cancellò tutto quello che avrebbe potuto sollevare dubbi e lasciò solamente quanto portasse alla dimostrazione del teorema che si andava ormai radicando nella sua testa.

La scintilla era scoccata e non era più possibile spegnere l'incendio, anche se lo avesse voluto. Ora potevano accadere solo due cose: come nella savana il fuoco sarebbe stato il mezzo per generare dalle ceneri una nuova vita oppure sarebbe rimasto soltanto un cumulo di macerie fumanti. Tuttavia tornare indietro era l'ultima cosa che avrebbe desiderato: adesso voleva soltanto arrivare a casa il più presto possibile, infilarsi nel letto e la mattina appena sveglio andare finalmente a bere un buon caffè.

Cercò di controllare l'emozione e si mise a scrivere una risposta. Un istante di esitazione, rivedeva gli occhi di colei che gli aveva scritto, li aveva già visti prima, la mano rimaneva ferma sopra la tastiera ...

« Tutte le cose eternamente tornano ma non necessariamente allo stesso modo. La storia può non ripetersi » pensò.

La mano si mosse di scatto ... invio! Fu in quel preciso momento che un istante della sua vita diventava importante più di tutti gli anni lasciati alle spalle.

Il destino di quell'uomo sarà una fine del mondo fatta solo per lui. Si chiamerà disperazione.

Spettri del passato

"L'uomo mangia anche con gli occhi, specie se la cameriera è carina."
[Ugo Tognazzi]

Marcus appoggiò la nuca al poggiatesta della poltrona reclinabile, chiuse gli occhi infastiditi dalla luce che nel frattempo era stata accesa all'interno del vagone. Si lasciò sedurre dal leggero dondolio del treno e scivolò lentamente in quello stato di semi incoscienza, tra il sonno e la veglia. Chi lo avesse guardato avrebbe visto un uomo sonnecchiare con un sorriso ebete stampato sul viso. Ma così era: si sentiva felice, felice come non era più stato da tanto, troppo tempo. Inebetito da quella sensazione di leggerezza, quasi una sbornia. Udiva le voci degli altri passeggeri che parlavano tra di loro o con chissà chi usando un telefono cellulare, sottovoce, quasi avessero la delicatezza di non disturbarlo.

Ancora una volta riaprì gli occhi, solo una fessura, osservò per qualche istante il viso dolcissimo di Elisa, con i gomiti appoggiati sul tavolino e il mento sui palmi delle mani. Mani bianchissime, dalle dita lunghe e sottili. Fu l'ultima cosa che vide prima di richiudere gli occhi. Lentamente quella figura svaniva e al suo posto ne emergeva un'altra, un altro viso dai lunghi capelli lisci e chiari, occhi celesti che celavano misteriosi segreti, una bocca che sembrava chiedere solo di essere baciata. I gomiti appoggiati sul bancone di un bar e le mani che sostenevano tutta quella bellezza. E i ricordi iniziarono a scorrere come se fossero proiettati su uno schermo che lui si limitava ad osservare.

Milano, alcuni anni prima. Marcus sbucò dall'uscita della metropolitana in piazza Maciachini e si incamminò lungo Viale Jenner. La strada era come sempre intasata di automobili e sul marciapiede le persone camminavano di fretta. Era un giorno di Gennaio, freddo come solo a Milano può esserlo, intriso di nebbia, smog e profumo di pane fresco. Per terra la poca neve caduta si era già trasformata in una fanghiglia scura nella quale sguazzavano gli anfibi neri che producevano ad ogni passo un antipatico rumore. Prima di andare in ufficio il caffè. Un'abitudine ormai radicata da tempo. Non tanto per il caffè, ma per riprendere contatto con il mondo prima di cominciare a lavorare. Un bar scelto per caso e poi diventato il solito bar. Era gestito da cinesi. Non che la cosa gli piacesse, i cinesi non avevano la fama di essere molto attenti all'igiene e alla qualità di quello che somministrano ai loro clienti. Ma in quella zona tutti i bar erano gestiti da cinesi e questi, perlomeno, erano simpatici e non gli sembrava neanche che il locale fosse gestito con sciatteria. Al banco normalmente stava Sara, una ragazza di Buenos Aires. Diceva di essere venuta in Italia per sfuggire alla crisi economica e per trovare un posto dove svolgere il lavoro per cui aveva studiato. Sosteneva di essere una designer industriale o qualcosa del genere. Nel frattempo si guadagnava da vivere con lavoretti occasionali. Era una donna sulla trentina, ben portati, uno sguardo dalla dolcezza disarmante, un sorriso che mostrava raramente però magnetico e sensuale; non una chiacchierona ma dall'eloquio piacevole, mai banale: era piuttosto colta, arguta e intelligente. Sempre molto spiritosa, capace di trovare il lato divertente in ogni cosa. Quella mattina la trovò appoggiata al bancone assorta in qualche pensiero. Non lo vide neppure entrare.

« Ciao Sara, dormi ancora ? »

« Hola Marcus, ero distratta. Tutto bene ? »

« Solite cose, un viaggio terribile, una città poco accogliente e mi aspetta un'altra giornata in quell'ufficio di fanatici. L'unica cosa buona è ... il tuo caffè! »

« Te lo preparo subito »

A Marcus bastava oltrepassare la soglia di quel bar senza pretese per ritrovare il sorriso, era come calarsi in un mondo diverso, fuori dalla realtà, nel quale rifugiarsi qualche minuto prima di rituffarsi nella solita routine. Non aveva ancora realizzato cosa fosse esattamente quella scintilla che si accendeva ogni volta che entrava in quel posto, e quella fu la prima volta che si accorse che ... si, c'era qualcosa in lei che ... insomma era una gran bella ragazza e gli piaceva. Fosse solo per quello, pensava, ci avrebbe fatto l'abitudine: di belle ragazze ce ne sono tante, anche di più belle. Ma lei aveva qualcosa di più, c'erano mille cose in comune, letture, musica, passioni, idee e speranze che combaciavano fin troppo bene. Era già da parecchio tempo che erano entrati in confidenza.

« Sai, oggi finisco prima » le disse Marcus « devo recuperare le due ore in più che ho fatto ieri »

« Bene, così te ne torni a casa presto »

« Veramente contavo di andare al Libraccio, volevo curiosare un po'. È tanto che non ci vado più, magari trovo qualcosa di interessante »

« Ti dispiace se ti accompagno ? »

« No, mi fa piacere. Ma tu non finisci alle tre ? Io uscirò alle quattro e mezza »

« Non importa, ti aspetto qui. Qui non mi annoio, c'è sempre qualcuno con cui chiacchierare »

« Allora ci vediamo oggi pomeriggio. Fai la brava! »

« Faccio sempre la brava »

Marcus uscì dal bar, attraversò la strada e fece il breve tragitto fino all'ingresso della UXU, la società per la quale lavorava. Entrò in ascensore e si sorprese scoprendo che era emozionato per quello che stava per accadere: non era mai uscito con Sara, nemmeno per fare una passeggiata.

Il Libraccio è affascinante, forse perché non è un luogo asettico e serioso come spesso sanno esserlo le librerie ma c'è disordine, ragazzi che scartabellano tra i mucchi di libri, si sente la gente cicalare, qua e là risatine e una diffusa sensazione di allegria. Anche Sara e Marcus erano allegri. Si raccontano storie divertenti e ridono spesso. Più volte si guardano e prontamente abbassano gli occhi, per timidezza o insicurezza. Ma entrambi provavano le stesse emozioni. Fu un libro a decidere per loro. Fu Georges Simenon: “L'uomo che guardava passare i treni”.

«Come sei messo a treni ?»

Sara domandò improvvisamente, mentre Marcus stava sfogliando pigramente il volume.

«In che senso ? Cosa vuoi dire ?»

«Sei uno che i treni li perde o li prende ?»

Gli occhi si fissarono per un attimo di più del solito ed entrambi accennarono un sorriso. Appare misterioso come un gesto fatto mille altre volte in precedenza, improvvisamente assuma un significato diverso. Marcus le diede una timida e furtiva carezza. Lei le mise la sua mano dietro la testa, lo tirò verso di sé e lo baciò. Qualche secondo, poi si ritrasse.

« Meglio di no »

« Perché, cosa ti prende ? »

« Non sono la donna che pensi »

« Oddio. E' una frase di una stupidità abissale. Se non ti piaccio basta dirlo, anche se ora mi parrebbe strano. Hai scelto tu di baciarmi. Se è uno scherzo non è per niente divertente »

« No. Non ti sto prendendo in giro. Mi piaci, e credo che tu te ne sia accorto già da un po' ... e io sono sicura di essere ricambiata. Vorrei comunque evitare di darti spiegazioni. Mi odieresti. C'è qualcosa che non ti ho detto e che forse è meglio che non ti dica mai »

« Per favore, non amo questi giochetti. La verità, per favore. Non c'è altra strada. Non vedo come potrei odiarti se mi dici la verità »

Sara restò in silenzio. Per molto tempo. Continuarono a far finta di guardare i libri, ognuno immerso nei propri pensieri. Poi uscirono uno dietro l'altra come se non si conoscessero. Percorsero in silenzio un breve tratto di strada, poi si fermarono. Lei si appoggiò alla ringhiera di cemento che protegge la strada dal Naviglio, dal quale saliva lenta e minacciosa una grigia cortina di vapore freddo. Marcus la guardò restando immobile, tenendo le mani affondate nelle tasche. Vide una bellezza incomprensibile, inaccessibile. Un mistero che non riusciva a comprendere. Lei gli prende un braccio, lo tira verso di sé poi tiene la mano tra le sue, lo guarda, e una lacrima solitaria annuncia che ciò che sta per dire non sarà bello:

« Sei sicuro che non mi odierai ? »

« Sono sicuro che ti odierò se non mi darai un motivo per questa commedia »

« Non sto cercando lavoro, ne ho già uno e non faccio la cameriera. Guadagno bene, sai »

Si guardò intorno come per cercare un volto amico, un aiuto per dire quello che stava per dire.

« Sono una trans, faccio la prostituta »

Tutto d'un fiato.

Ride. Marcus ride ma si rende conto che non c'è nulla da ridere: è solo una risata isterica.

« Senti, non prendermi in giro. Quello che mi dici è assolutamente ridicolo »

Apre la borsetta e prende una cartolina. C'è la sua foto, in topless, e una scritta:

"Sara TX" e sotto la scritta un numero di cellulare.

« Fino a qualche mese fa abitavo a Zurigo. Ci si fa pubblicità così, si lasciano queste cartoline nei locali o appese nelle cabine telefoniche »

Marcus prese quella cartolina, la guardò inespressivo e se la mise nella tasca posteriore dei jeans. Era un gesto istintivo, forse la necessità di tenere intatto un filo che li unisse, il desiderio di mantenere viva la speranza ora che stava per accadere l'inevitabile.

« Bé, se questo sei tu ... insomma, hai ragione, non credo che tu possa essere una persona adatta a me. Non voglio giudicare, ognuno è libero di ... non so spiegare. Il fatto è che ... »

« Non ti devi giustificare. So di averti messo in una situazione assurda. La colpa è mia. Mi dispiace ... »

Sara si voltò verso il canale, forse per guardare l'acqua che scorre, forse per evitare lo sguardo divenuto estraneo di Marcus. Forse, più semplicemente, perché non voleva che lui la vedesse piangere. Lui si mise a camminare intorno, come un pinguino, con la testa svuotata da ogni pensiero, prendendo a calci i sassolini che si staccavano dal parapetto decrepito. Quando lei si volse di nuovo verso la strada lui si avvicinò.

« È tardi, devo andare. Ci vediamo »

« Hola. Buona serata »

Si guardarono un'ultima volta negli occhi. Come disse Marcus dopo molto tempo: « Io vidi solo me, lei soltanto sé »

Sara se ne andò da una parte, lui dall'altra.

Passarono due mesi di calma piatta, come se nulla fosse accaduto. Aveva cercato di cancellare dalla memoria quell'episodio. Nessun rimorso, solo uno strano senso di vuoto. Non frequentò più quel caffè. Ma dopo ci fu improvvisa l'esplosione. Era perdutamente innamorato, lo sapeva dall'inizio, ma aveva represso quel sentimento. Tuttavia questi fuochi interiori non si possono spegnere, al massimo seppellire sotto la cenere, però prima o dopo, alla prima scintilla, esploderanno in tutta la loro violenza. Si domandò che cosa c'entrava il fatto che fosse una trans, la amava e basta.

« E' un essere umano, come gli altri, e se amo lei ... l'ho trattata come un cane. Me ne sono andato e non mi sono più fatto vedere. Ho sempre predicato bene e adesso che capita a me calpesto una persona per i miei pregiudizi idioti »

La mattina dopo era al bar.

« No Sara non lavora più qui. Se ne è andata da un paio di giorni »

« Da un paio di giorni ... solito tempismo, vero Marcus ? »

mormorò tra sé e sé.

Ma aveva una cartolina. L'ha conservata, non butta mai nulla, soprattutto quando sono cose che riguardano persone alle quali in qualche maniera ha voluto bene. Digita il numero sul tastierino del cellulare:

« Il numero da lei chiamato non è più abilitato ... »

Spegne il telefono, cammina senza una destinazione precisa, si sente vuoto, solo e insignificante. Di lei gli rimane soltanto quella cartolina, nascosta insieme ai suoi ricordi più cari. Nel frattempo il libro di Simenon l'aveva letto. Ha capito: lui è uno di quelli che i treni li perde. Sempre.

Forse, tutto è già accaduto, ma non ancora …

<1 - continua>

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