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File 3.8.9.1.16.1 - Il caso "M"

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“Janitor of lunacy
Paralyze my infancy
Petrify the empty cradle
Bring hope to them and me”
[Nico]

Mi terranno qui, anche per sempre se necessario; vogliono una cosa sola: la mia confessione. Stanno cercando farmi impazzire per poi manipolarmi a loro piacimento, per farmi dire quello che non so. In cambio mi offrono la morte, una fine veloce e indolore. Ma non l'avranno mai.
Sono rinchiuso da solo, Dio solo sa da quanto, in questa squallida cella nuda, illuminata giorno e notte da una insopportabile luce al neon, ininterrottamente. Una panca di legno, un secchio d'acqua che devo farmi bastare per lavarmi e per bere, una sola volta al giorno del cibo, un buco al centro della stanza per gli escrementi e, al di là delle sbarre, una cella uguale a questa. L'unica differenza è che chi la abita è già impazzito. Non farò la sua stessa fine: lo sguardo vuoto, la faccia raggrinzita e scavata, sporco e debilitato, una vita raggomitolato sulla panca a gemere. Io reagisco.
Prima di tutto è necessario capire quando è giorno e quando è notte, bisogna mantenere un ciclo vitale umano. Non ci sono finestre, pertanto mi regolo con i ritmi sempre uguali della prigione. La mattina inizia quando mi passano questa brodaglia, che loro chiamano pasto, da sotto la porta; calcolo che al primo cambio della guardia che siede alla scrivania in fondo al corridoio buio e umido, sia mezzodì; il secondo cambio per me indica che è giunta la sera, allora cerco di dormire mettendomi sdraiato prono sulla panca con la testa tra le mani per proteggere gli occhi dalla luce. So che se il guardiano si accorge che dormo verrà a picchiare con il manganello sulle sbarre: quando accade mi alzo e cerco di controllare lo stato di ansia e le palpitazioni inevitabili a causa del brusco risveglio. Lo guardo e attendo che se ne torni là in fondo a leggere il giornale per poi ricominciare a dormire. In qualche maniera riposo e sono pronto per gli esercizi che mi obbligo ad eseguire per tenere il fisico attivo e la mente pronta. Prima di iniziare a mangiare mi esaurisco facendo flessioni sulle braccia e lavorando duro con gli addominali. Nel periodo che io immagino sia il pomeriggio alleno le gambe e faccio esercizi di allungamento. Tra una sessione di esercizi e l'altra mantengo viva la memoria recitando a voce alta tutto quello che riesco a ricordare: poesie, canzoni, racconti, filastrocche che ho imparato da bambino. Tutto ciò che riesco a ricordare e che non devo dimenticare.
Tutto questo mi aiuta, ma non basta. Perché c'è lei. Non mi è chiaro chi sia, ma di certo è vicina a qualcuno che conta molto qui dentro, magari una familiare o l'amante. Oppure una ricattatrice. Arriva scortata da quattro guardie dai muscoli ipertrofici e dallo sguardo assente. Non devono vedere quello che accade. Lei è vestita sempre uguale: stivali alti fino al ginocchio con i tacchi sottili, una minigonna di pelle, una maglia senza maniche attillatissima. Tutto nero, sempre solo rigorosamente nero. Sotto non porta nulla. Ha i capelli lunghi, lisci, lucidi e setosi; gli occhi viola e crudeli; la pelle vellutata, chiara, profumata; è completamente depilata. È bella. Bella, sadica e perversa.
Quando arrivano la guardia si alza in silenzio e se ne va lasciandoli soli. Entrano nella cella, senza parlare; i quattro energumeni mi denudano e mi immobilizzano sulla panca di legno, uno mi tiene le gambe, uno la testa e gli altri due la braccia. Non ce né più bisogno, ci ho fatto subito l'abitudine, lo considero un esercizio per rafforzare la mia capacità di sopportazione. Un esercizio utile e anche un momento che spezza la monotonia di questi giorni sempre uguali. Perfino questo è meglio della folle solitudine. So cosa la eccita quindi, di tanto in tanto, fingo di divincolarmi e la supplico di non torturarmi per darle soddisfazione. Perché in fondo desidero che torni da me un'altra volta. La temo e la bramo, la disprezzo e mi eccita.
Inizia sempre colpendomi con un frustino sul ventre e sulle cosce, ma lo fa solo per abitudine, non è questo ciò che ha intenzione di fare. Poi si spoglia completamente e sale sopra di me a gambe larghe prendendomi le caviglie con le mani e strusciandosi con il sedere e il pube sulla mia faccia. Preme le labbra umide della vagina sulla mia bocca, le apre con le mani e preme forte. Lo fa a lungo, anche violentemente, finché raggiunge l'orgasmo e inizia a pisciare. Mi piscia addosso, anche in faccia, mi costringono ad aprire la bocca e ingoiare. E lei urla, come posseduta. Quando ha finito si siede di nuovo su di me dondolandosi e mugolando. Mi costringe a leccarle l'ano, vuole essere penetrata con la lingua. Infine si alza, mi insulta, mi schiaffeggia e mi sputa addosso, sul viso. Mi infila in bocca la punta dello stivale, mi bacia e quando si stacca lascia colare la sua saliva sulla mia lingua.
Infine si volta verso l'uscita e i quattro mi lasciano andare. Se ne vanno come sono arrivati: in silenzio. Arrivano in fondo al corridoio, escono dal cancello di sicurezza e immediatamente ricompare il secondino che si risiede e ricomincia a leggere il giornale, alla luce gialla della lampada da tavolo. Io prendo il secchio dell'acqua, ne uso un terzo per lavarmi, un terzo per pulire la cella e un terzo lo tengo per bere. Mi rivesto e respiro profondamente restando sdraiato in terra con le gambe appoggiate sulla panca cercando di non pensare a nulla. Training autogeno, yoga, non so cosa sia, ma serve per rilassarmi, dimenticare dove mi trovo e rilassarmi. Sperando che non arrivi la guardia con il manganello.

*****

Sta dormendo, come sempre mette la testa in fondo al letto in quella strana posizione con le gambe sollevate e appoggiate sopra la testata di metallo, le braccia distese lungo il corpo, il respiro lento e profondo. I tranquillanti hanno finalmente fatto effetto. Assisto alla stessa scena anche oggi, come ieri, come l'altro ieri, come sempre. Non ci sono segnali di miglioramento. In tanti sono internati qui, ma questo è il caso più disperato.
Lo seguo scrupolosamente dedicandogli gran parte del mio tempo, lo curo come nessun altro. Perché c'è lei. Non sopporto vederla soffrire, per questo ho preso particolarmente a cuore questo paziente. Sulla cartella clinica c'è scritto solo: 'File 3.8.9.1.16.1 – M.'. perché tuteliamo attentamente la privacy dei soggetti affetti da malattie mentali. Solo io e il direttore dell'istituto sappiamo quale sia il suo vero nome.
Lei viene tutti i giorni, da quindici anni, e ancora continua a sperare in un miracolo. E nel frattempo io mi sono innamorato di questa donna. Forse. Non ne sono sicuro. Mi affascinano i suoi occhi color lavanda, i lunghi capelli corvini, il suo corpo flessuoso e curato, quel vezzo di vestirsi sempre di nero.
Sono combattuto tra la volontà di regalarle il miracolo che tanto attende e la speranza di non vederlo mai guarire perché la porterebbe via da me. Questa battaglia interiore mi sta sconvolgendo da parecchio tempo. Chissà, magari il letto vuoto della stanza di fronte tra non molto tempo sarà il mio.
Lui è cattivo, non vuole essere avvicinato da nessuno. Non dorme mai, dobbiamo sedarlo, mangia con le mani come un animale e se non c'è sempre un'infermiera a vigilare fa i suoi bisogni sul pavimento della camera. Quando cerchiamo di comunicare con lui non sa fare altro che proclamare la sua innocenza e ripetere che non confesserà mai.
“È qui da quindici anni ormai, e non sembra fare progressi. Morirà in questa stanza.”
Lei si gira verso la finestra e guarda tra le lame sottili della veneziana sempre chiusa.
“Mai perdersi d'animo” cerco di confortarla, “a volte basta un piccolo episodio, una voce amica, un sorriso e la luce si riaccende nel loro cervello malato; la letteratura riporta casi di risvegli improvvisi, a volte senza alcuna apparente ragione ...”
“Mi guarda come se gli facessi schifo. Se cerco di accarezzarlo o di dargli un bacio si divincola e mi respinge con forza, come se dovesse difendersi da una aggressione. Ci vogliono quattro infermieri per trattenerlo.”
“Bisogna essere forti. La schizofrenia paranoide è una malattia terribile; sono dei deliri di grado psicotico che includono percezioni irreali; sono ricordi di fatti non accaduti, allucinazioni, bizzarre convinzioni. Stiamo lavorando utilizzando tutte le risorse conosciute dalla psicoanalisi. E poi quest'uomo è una massa di nervi e muscoli. Quando è solo corre, salta, esegue flessioni sulle braccia, sembra partecipare ad una esercitazione militare.”
“Quindici anni! Quindici anni!” lei urla, e corre fuori dalla stanza.
L'infermiera mi guarda con gli occhi tristi e si incammina verso la porta.
“Ci penso io, dottore ...”
Mi siedo su bordo del letto, apro la cartella, e scrivo la relazione odierna.

*****

Non ci ho ancora fatto l'abitudine. Appena supero questa porta e mi immetto nel corridoio buio che conduce alla sua stanza sento una stretta al cuore. I quattro infermieri che mi accompagnano sono sempre gli stessi, da quindici anni. Non parlano mai, ma dopo tanto tempo non serve nemmeno farlo. Entro nella camera e nulla è cambiato: il dottor W. con una cartelletta scura sotto il braccio in piedi di fianco al letto che lo osserva e lui che mi guarda con negli occhi un misto di paura e desiderio. Chissà se mi riconosce. Mi avvicino e cerco di toccarlo, solo per appoggiare una mano alla sua spalla e fargli sentire che ci sono ma mi spinge via e aggredisce gli infermieri che lo immobilizzano al letto, senza parlare, cercando, per quanto possibile di farlo con delicatezza. Io rimango in disparte trattenendo a stento le lacrime. Lo amo ancora.
Il dottore gli lega con perizia un laccio emostatico al braccio e lo seda. In pochi minuti si rilassa e si sdraia con i piedi appoggiati sulla spalliera e la testa in fondo al letto. E si addormenta. O forse entra semplicemente in uno stato di catatonia.
W. si avvicina e mi pende un braccio. Lo odio, non so perché; sta facendo di tutto per aiutarlo, sta facendo di tutto per aiutare me, ma ho la sensazione che si aspetti qualche cosa in cambio. Quando mi parla mi guarda fisso negli occhi, come se cercasse di comunicarmi anche dell'altro.
Non sopporto la penombra e mi avvicino alla finestra tarpata da una veneziana, dalla quale lame di luce filtrano tagliando l'aria in sottili strisce nelle quali galleggiano minuscole particelle di polvere. Divarico due stecche cieche in alluminio per guardare fuori. Il cielo è terso, il sole splende, l'erba del parchetto di fronte la clinica è ben curata, uno smeraldo lucido e suadente; vorrei sdraiarmi su quel letto fresco e non pensare a nulla. E invece penso a quanto crudele sia la natura quando con il suo splendore rende ancora più evidente il contrasto con questa miseria. Oggi no, non posso sopportarlo. Mi giro e me ne vado, fuggo da questo posto. Ma so che domani sarò ancora qui.

*****

Quindici anni sono passati. Come lo so? Non lo so, ma sono sicuro: quindici anni sono soffiati via, nonostante il buio, nonostante la solitudine, la stanchezza, la paura, il freddo. Il vuoto. La ciotola è lì, l'hanno infilata qualche istante fa sotto il cancello di ferro. Mi alzo dalla panca di legno. La afferro e inizio a mangiare malvolentieri, prendendo stancamente il cibo con le mani. Mi sdraio sulla panca supino, con gli occhi fissi verso la luce bianca.
Non farò mai più i miei esercizi. Oggi parlerò. Ho chiesto di avere un colloquio: confesserò. Meglio morire che impazzire. In fondo al corridoio, attraverso la porta di sicurezza, li vedo arrivare. Ci sono tutti, anche lei. Quando si dispongono intorno a me a semicerchio lei mi è proprio di fronte. Non sono sicuro, ma dagli angoli dei suoi occhi crudeli mi sembra di vedere uscire qualche lacrima.

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